Progetto “Shashamane”-intervista a Giacomo Baldin

Oggi vi portiamo con noi in Etiopia, il secondo Paese più popoloso d’Africa dopo la Nigeria (140 milioni di abitanti), a scoprire il progetto “Shahamane” di NADIA Onlus.

L’Etiopia è una terra affascinante, ricca di storia e tradizioni e dalla natura rigogliosa, ma anche segnata da profonde disuguaglianze: qui convivono isole urbane di ricchezza – tra hotel a 5 stelle per i turisti occidentali, Iphone e costose auto in mano a una piccola percentuale di benestanti – circondate da vastissime aree rurali rimaste a una magra sussistenza agricola, tra torme di bambini che scorrazzano scalzi e aratri tirati dai buoi.

A sud della capitale Addis Abeba sorge Shashamane: città di oltre 100mila abitanti, importante crocevia di merci e, come il resto del Paese, melting-pot etnico e religioso, con cristiani perlopiù ortodossi e musulmani. La grande varietà culturale si appoggia sulla comune, antichissima identità dell’Etiopia: l’unico paese africano a non essere mai stato colonizzato, tolta la breve parentesi italiana, di cui oggi rimane ben poco.

È qui che NADIA Onlus, in collaborazione con la Ong locale Necdo, porta avanti un progetto di cooperazione internazionale rivolto ai bambini e alle loro famiglie. A raccontarcelo è Giacomo Baldin, referente NADIA Onlus per l’Etiopia, che vive e lavora nel Paese ormai da diversi anni.

Ciao Giacomo, puoi raccontarci come è nato il progetto “Shashamane” e cosa è stato fatto finora?Certo. L’obiettivo è sostenere nella salute, nell’alimentazione e nello studio bambini tra i 6 e gli 8 anni in condizioni particolarmente svantaggiate e, attraverso di loro, anche le famiglie. Con l’aiuto delle autorità locali abbiamo selezionato 50 bambini orfani o in estrema povertà. Bisogna immaginare famiglie che vivono in capanne di fango con l’equivalente di 15–20 euro al mese.

In cosa consiste concretamente l’intervento?
In primo luogo li sosteniamo a scuola: forniamo materiale scolastico, libri, cancelleria, la divisa scolastica, il vestiario di base, come t-shirt, una camicia, dei jeans, e un paio di scarpe. Per molte famiglie queste spese sono proibitive.

E gli altri ambiti di azione?
In collaborazione con Necdo, organizziamo screening sanitari di base. Molti bambini soffrono di malnutrizione, scabbia e pidocchi. Offriamo anche educazione all’igiene per le famiglie e distribuiamo regolarmente sapone e olio per i capelli, molto usato qui sia per motivi estetici che igienici.

Poi c’è anche un aiuto alimentare, giusto?
Sì, distribuiamo farina e olio da cucina e, in alcuni casi, acquistiamo una capra o una pecora per le famiglie più bisognose: il costo di un ovino, in Etiopia, equivale a circa 40/50 euro al mese, cioè quanto due o più mesi di sussistenza di una famiglia povera. Non devono venderla subito, però, ma farla riprodurre: in questo modo possono generare una piccola rendita duratura.

Ti è capitato di vivere una soddisfazione particolare durante il progetto?
Tante! Quando i bambini indossano per la prima volta i vestiti nuovi che portiamo loro, la loro espressione è di pura felicità, con dei sorrisi enormi. E’ commovente. Noi occidentali non riusciamo a capire quanto si possa essere felici per così poco. Lo stesso accade quando, in occasione di qualche grande festa di comunità, portiamo magari un dolce comprato in pasticceria. Una cosa che, spesso, la gente del posto non ha mai visto in vita: battono le mani, i bambini si impiastricciano la faccia di panna, e la festa è ancora più grande.

Da italiano – padovano per la precisione – trapiantato in Etiopia per lavoro e per amore, cosa ami di più di questo Paese?
Tre aspetti, che poi sono quelli apprezzati anche da chi viene qui semplicemente per turismo: il clima, mite quasi tutto l’anno; la cultura millenaria, di cui la gente è molto fiera; e la cosiddetta “social life”. Per esempio, tra vicini di casa è abitudine andare ogni giorno a casa gli uni degli altri a mangiare qualcosa e chiacchierare: come il vecchio “far filò”, che in Occidente si sta perdendo. Per strada la gente è aperta e cordiale, chiunque ti dà una mano se ne hai bisogno. Questo, nonostante le inevitabili contraddizioni del Paese, dà un grande senso di accoglienza.