La Thailandia è da anni uno dei Paesi di riferimento per l’attività di NADIA Onlus nel campo delle adozioni internazionali. Qui si sono conclusi numerosi percorsi adottivi e molte famiglie italiane hanno potuto iniziare una nuova storia insieme ai loro figli. Una presenza costruita nel tempo, grazie a relazioni solide e a una conoscenza profonda del contesto locale.
Per questo, quando lo scorso dicembre si sono riaccese le tensioni lungo il confine con la Cambogia, abbiamo voluto comprendere meglio che cosa stesse accadendo nel Paese e quali potessero essere le ripercussioni.
Ne abbiamo parlato con Michele Lanari, collaboratore storico di NADIA Onlus per le adozioni in Thailandia. Originario di Ancona e cresciuto a Padova, Michele vive nel Paese da oltre trent’anni, dove si è sposato e ha costruito la sua famiglia, dopo una significativa esperienza di volontariato che lo ha fatto innamorare profondamente del Paese.
– Michele, che anno è stato il 2025 per la Thailandia?
«Diciamo che “non ci siamo fatti mancare nulla”. In marzo un forte sisma, con epicentro in Myanmar, ha causato danni anche qui. A ciò si è aggiunta un’ondata alluvionale più severa del solito, che ha mandato sott’acqua per circa mesi intere province, come quella di Songkhla, dove sono presenti anche alcuni orfanotrofi nella città di Hat Yai».
– A questi eventi si è sommata l’instabilità politica.
«Sì. Il governo thailandese è caduto e la premier Paetongtarn Shinawatra è stata destituita, proprio in conseguenza dalla gestione del conflitto di confine con la Cambogia».
– Il conflitto con la Cambogia ha radici lontane.
«Le tensioni al confine nord-orientale risalgono agli anni Settanta, al periodo della guerra dei Khmer. Molti cambogiani si rifugiarono allora in Thailandia, accolti dai sovrani del Paese. Terminata la guerra, però, quei territori non rientrarono più in pieno possesso thailandese. Da qui il ripetersi dei momenti di tensione, che questa volta hanno visto anche caccia F-16 solcare i cieli».
– Nonostante tutto, il Paese sembra continuare a funzionare.
«Sì, la Thailandia va avanti, così come il suo turismo, che resta molto forte. È un Paese di grandi contrasti: a una capitale ultra-occidentale e modernissima come Bangkok, con grattacieli costosissimi, si contrappongono vaste aree rurali, dove i contadini vivono ancora in modo semplice, in casupole modeste immerse tra risaie e campi coltivati».
– Quali sono le condizioni di vita nelle campagne?
«Il clima tropicale garantisce cibo in abbondanza. C’è sì povertà, ma raramente è estrema come in alcune zone desertiche africane, anche in ragione della generosità thai e della cultura all’aiuto reciproco. Per quanto riguarda l’istruzione, soprattutto nelle aree rurali resta molto basilare, perché solo pochi possono permettersi scuole private di livello più alto».
– Come descriveresti la mentalità thailandese?
«I thailandesi hanno un carattere mite e gioviale. Tendono ad accontentarsi: possedere un cellulare e una macchina spesso è sufficiente. Non esiste il mito del posto fisso o del lavoro prestigioso, in senso occidentale. Molti svolgono lavori semplici, come le consegne in motorino o la vendita di street food. La Thailandia è uno dei pochi Paesi dell’est asiatico a non essere mai stato colonizzato dai Paesi europei, questo ha rallentato la “contaminazione” e l’ingresso di alcune novità; il primo vero grande apporto dall’esterno è arrivato con internet».
– Dal punto di vista della sicurezza?
«È un Paese molto sicuro, ed è un aspetto che sorprende spesso chi non lo conosce».
– E per quanto riguarda le adozioni internazionali?
«In generale l’approccio è molto valido. Molti genitori adottivi mi raccontano che altrove è molto più difficile adottare. Gli orfanotrofi sono presenti in ogni provincia, sono ben tenuti e gestiti da personale preparato. Ospitano bambini da zero a quindici anni e alcuni arrivano ad accogliere centinaia di minori. Come primo approccio, le famiglie inviano un album fotografico e le tate degli orfanotrofi lo sfogliano insieme al bambino, che inizia ad aspettare “il papà e la mamma”».
– Un sistema che si regge anche sulla cultura locale.
«Sì, grazie alla generosità dei thailandesi, che è davvero proverbiale. È un elemento fondamentale per garantire un’accoglienza dignitosa a tanti bambini».
