Elena e le sue radici. Nata in Russia, ci racconta la propria storia…

Elena e le sue radici. Nata in Russia, ci racconta la propria storia di bimba adottata e di come i suoi genitori siano riusciti a creare, fin dal principio, un clima di serenità e un dialogo aperto.

Elena di Treviso, è una giovane psicologa neolaureata, in attesa di sostenere l’esame di Stato per iscriversi all’albo professionale. Elena ha una storia di adozione alle spalle: dalla Russia, dove è nata 24 anni fa, è arrivata in Italia, da mamma Emma, papà Francesco e dalla sorella maggiore Giorgia, nel 2003, all’età di due anni e mezzo.

Elena, com’è stata la tua infanzia, ce la racconti?

L’aggettivo che mi viene in mente è “tranquilla”. Ero una bambina serena. L’esperienza legata all’adozione non mi ha segnata negativamente. Da un lato, perché ero molto piccola quando sono stata accolta dalla mia famiglia; dall’altro, perché i miei genitori hanno sempre normalizzato il tema della mia adozione. Pur con la delicatezza e le parole adatte alla mia età, me ne hanno parlato fin da piccola in modo molto sincero e naturale.

Hai qualche ricordo della Russia e della tua “vita precedente”?

No, nulla. Ricordo, però, quando mia madre mi leggeva il libro per bambini “Mamma di pancia, mamma di cuore” di Anna Miliotti e questo stimolava le mie domande e le sue risposte spontanee, semplici e oneste. Ero interessata al “prima”, ma soprattutto nei riguardi dei miei genitori: volevo che mi spiegassero come e perché era nato in loro il desiderio di adottare e com’era stato il nostro incontro. I bambini gradiscono questi racconti, in particolare quando, come me, non hanno alcun ricordo diretto.

Così non si è mai creato un tabù attorno alla tua adozione…

Esatto, tanto che da bambina io stessa ne parlavo liberamente, per esempio a scuola con le mie amiche. Non provavo disagio; dicevo semplicemente: “Sono nata in Russia”. Di questo approccio intelligente devo ringraziare i miei genitori.

Hai mai provato il desiderio di ristabilire un legame con le tue origini?

No, finora non ne ho sentito il bisogno. Mi sono interessata alla cultura del Paese, ho guardato immagini di città e paesaggi… I miei genitori mi hanno sempre detto che, se io lo volessi, potremmo fare un viaggio tutti insieme. Ma per il momento questo non è tra i miei pensieri.Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

La psicologia è sempre stata nelle mie corde: l’ho studiata anche al liceo delle Scienze umane. E dopo la laurea magistrale, voglio terminare il mio percorso e sostenere l’esame di Stato per iscrivermi all’Albo professionale. 

Pensi che le tue competenze, unite alla tua esperienza di vita, potranno essere messe a disposizione anche di chi – famiglie e bambini – sta affrontando il cammino dell’adozione?

Sì, credo che sarà una buona strada da seguire.

Che consiglio daresti ai genitori che si affacciano con entusiasmo all’adozione, ma sono anche preda di dubbi e paure?

Ripeto ciò che diceva una mia docente universitaria: bisogna sforzarsi di fare comunità. Tutte le cose diventano un po’ più semplici e appaiono meno insormontabili, quando ci si apre. A volte, basta condividere con semplicità il proprio vissuto per ridimensionare le problematiche di tutti i giorni. Quindi, a una coppia di genitori consiglierei di mantenere un solido e duraturo legame con l’ente adottivo, dove si possono sicuramente trovare aiuti e risposte, e anche di fare rete con le altre coppie. È un viaggio da non fare da soli: se è vero per qualsiasi famiglia, lo è ancor di più per quelle adottive.