Arnold Cardaropoli: raccontarsi per abbattere i tabù.
Ironia, adozione e identità di un ragazzo che ha scelto di metterci la faccia
Parlare di adozione non è sempre facile. Farlo con ironia, leggerezza e autenticità è una scelta coraggiosa. Arnold Cardaropoli, 24 anni, nato in Ghana e cresciuto a Reggio Emilia, lo fa ogni giorno attraverso i suoi social, che hanno collezionato milioni di visualizzazioni.
Adottato da mamma Pina, originaria di Benevento, e papà Rito, nativo di Avellino, Arnold è cresciuto in una famiglia che si è poi allargata con l’arrivo di altri due figli adottivi, Michael e Aurora. Oggi Arnold è a un passo dalla laurea in Economia e Marketing Internazionale a Modena, lavora come tecnico commerciale, e trova anche il tempo di continuare a raccontare la sua storia, e quella della sua famiglia.
Oggi le tue pagine social spopolano. Da dove è iniziato tutto?
«In modo totalmente casuale. Durante il Covid avevo molto tempo a disposizione e volevo fare qualcosa di divertente. Dopo i primi video sulla mia famiglia, sono arrivate molte domande sul perché io e mio fratello fossimo neri, mentre i nostri genitori e nostra sorella bianchi. Ho capito che l’adozione, soprattutto quando è “visibile”, è ancora un po’ un tabù. Ma come dice sempre mamma Pina, la gente teme ciò che non conosce. Così ho pensato che parlarne, anche in modo leggero, potesse servire ad abbattere stereotipi e paure».
Da bambino, la tua condizione di figlio adottivo ti ha mai pesato?
«Non particolarmente, se non per il fatto di dover dare spesso spiegazioni ai miei coetanei. Mi chiedevano perché avessi genitori con un colore di pelle diverso dal mio, o perché a volte dovessi saltare l’allenamento di calcio per andare a trovare i miei genitori biologici. All’inizio, infatti, mamma e papà mi avevano preso in affido, che solo in seguito si è trasformato in adozione».
Come affrontavano questi temi i tuoi genitori adottivi?
«Mi considero molto fortunato. Il dialogo sull’adozione è sempre stato aperto e schietto. Io ero un bambino pieno di domande e loro non mi hanno mai nascosto nulla. Ricordo mamma Pina che, vestendomi, mi diceva: “Oggi devi andare a trovare la mamma”, riferendosi a mia madre biologica. Normalizzava tutto, e per me è stato fondamentale. Ho conosciuto ragazzi adottivi che hanno scoperto la loro adozione molto tardi, come un fulmine a ciel sereno. Io, invece, non ho mai vissuto quel trauma».
Nei tuoi video la tua famiglia è una vera protagonista.
(Ride) «Sì, insieme riusciamo a raccontare dinamiche anche complicate dell’adozione che, attraverso l’umorismo, arrivano di più. La risata è un linguaggio universale. Chi guarda i nostri video si riconosce molto nei miei genitori. Alla fine la nostra vita assomiglia a quella di tutte le altre famiglie».
Quando è arrivata l’idea del libro “Mamma, stai calma!”?
«Quando mi è stato proposto di scriverlo ho pensato fosse il modo giusto per mettere in ordine tutti i tasselli della mia storia, raccontata in sketch sui social. Non per forza in ordine cronologico, ma in modo più omogeneo. Nel libro c’è tutto».
Il rapporto con i tuoi genitori biologici è rimasto?
«Quando genitori affidatari o adottivi si confrontano con quelli biologici, come è successo a noi, non è sempre semplice. Ci sono inevitabili differenze culturali e possibili incomprensioni. Pina e Rito sono stati molto bravi. Oggi mantengo un canale aperto con i miei genitori biologici, pur sentendomi pienamente parte della famiglia Cardaropoli».
A un certo punto sei arrivato anche in televisione.
(Ride) «Prima ho partecipato a un programma della Rai, “Imperfetti sconosciuti”. Poi sono stato contattato dal casting del Grande Fratello: cercavano qualcuno con una storia e un messaggio da raccontare. Ho accettato pensando fosse un modo per portare il tema dell’adozione a un pubblico ancora più vasto. Forse un po’ ci sono riuscito, anche se sono uscito presto dalla casa. E va bene così».
E guardando al futuro?
«Ho una bellissima fidanzata, molto sensibile ai temi educativi e sociali, tema che studia all’università. Non so cosa mi riserverà il futuro, ma sento il desiderio di trasmettere a qualcuno ciò che la vita mi ha insegnato. E sì, mi piacerebbe diventare papà».
